La preghiera e la spiritualità

Preghiera e Spiritualità: si tratta di due termini molto usati, almeno in ambienti ‘religiosi’, e forse anche abusati o utilizzati a sproposito. Forse non dovremmo dare per scontato di avere riferimenti comuni quando parliamo di preghiera e di spiritualità.

Spiritualità

Iniziamo dal termine spiritualità. Nel corso della storia, si sono individuati tre sensi fondamentali di spiritualità. Il primo senso ha a che fare con l’ambito religioso; è il più antico, e viene applicato a ciò che noi chiamiamo ‘la vita spirituale’, che è la vita guidata e animata dallo Spirito Santo. Il suo contrario è ciò che è ‘carnale’, ’carnalità’. Questa accezione, dunque, ha a che fare con la visione e l’impostazione evangelica dell’esistenza, ossia del vivere nel dono di sé seguendo Gesù e sul suo esempio. Il secondo è il senso filosofico o metafisico e designa un modo di essere o di conoscere. Appare nella prima metà del XII secolo ed ha come sua antitesi ‘corporale’, ‘corporalità’. Il terzo è il senso giuridico o canonico, che appare alla fine del XII secolo e che presenta il campo dello ‘spirituale’ in quanto distinto da quello ‘temporale’. ‘Temporale’ e ‘temporalità’ sono i termini di antitesi.

Spiritualità come vita spirituale

Qui vorremmo considerare il primo senso, ma attenzione: nel nostro immaginario gli altri due sensi sono presenti e possono interferire. Chi, per esempio, incontrando un monastero di clausura non è tentato di pensare che vi vivano donne ‘spirituali’ intendendo donne che non trattano questioni ‘temporali’, ovvero che non si occupano di cose pratiche legate alla vita ordinaria e sociale?

Oppure, chi non ha presente che per decenni o forse secoli, l’aspetto corporale dell’esistenza era considerato da mettere tra parantesi se non da ignorare per chi intendesse vivere la spiritualità? Gli equivoci si sono moltiplicati e non ne ignoriamo le conseguenze che ancora permangono, seppur molta chiarezza, almeno teoricamente, sia stata fatta.

Sembra utile anche liberare il termine spiritualità da concezioni intimistiche e individualistiche, con il particolare riferimento a persone che abbiano fatto una scelta di vita consacrata o comunque religiosamente dedicata: “La parola ‘spiritualità’ […] in passato ha indicato per lo più lo sforzo riflessivo ed etico che gli individui dedicavano a se stessi, allo scopo di un perfezionamento personale” (S. Spinsanti, in Nuovo dizionario di spiritualità, p. 454).

Vita spirituale

Vorremmo concentrare l’attenzione sulla spiritualità in quanto vita spirituale, ovvero vita nello Spirito Santo, e cercare di cogliere quale nesso abbia con la preghiera.

Consideriamo qualche brano dalle lettere dell’apostolo Paolo.

Dalla lettera ai Corinzi:

“Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. […] Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana?”. […] Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,1.3.16).

Si nota l’opposizione spirituali / carnali, con la quale l’apostolo evidenzia il cammino che ancora attende i neo battezzati. In forza del sacramento, essi hanno ricevuto lo Spirito Santo, sono dunque divenuti spirituali, ma il loro modo di vivere le relazioni denunciano che il passaggio sacramentale non è ancora divenuto un passaggio esistenziale. La ‘maniera umana’ di comportarsi che Paolo stigmatizza sottintende un’umanità che non si è ancora lasciata trasformare dalla redenzione, per cui lo Spirito Santo, che abita di fatto nei cristiani, viene ignorato ed essi vivono come se non fossero quella dimora dello Spirito che sono divenuti in forza dei sacramenti ricevuti.

Si nota l’opposizione spirituali / carnali, con la quale l’apostolo evidenzia il cammino che ancora attende i neo battezzati. In forza del sacramento, essi hanno ricevuto lo Spirito Santo, sono dunque divenuti spirituali, ma il loro modo di vivere le relazioni denunciano che il passaggio sacramentale non è ancora divenuto un passaggio esistenziale. La ‘maniera umana’ di comportarsi che Paolo stigmatizza sottintende un’umanità che non si è ancora lasciata trasformare dalla redenzione, per cui lo Spirito Santo, che abita di fatto nei cristiani, viene ignorato ed essi vivono come se non fossero quella dimora dello Spirito che sono divenuti in forza dei sacramenti ricevuti.

La stessa idea, espressa in termini più generali che nel caso specifico della comunità di Corinto, è presente nella lettera ai cristiani di Roma:

“Quelli che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. 9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi” (Rm 8,5-9a).

La carne è l’esistenza “autocentrata”, che, staccata dall’Origine e Fonte della vita, cerca di ricevere, mantenere e salvare la vita da sé e di compierla in sé. Vivere secondo la carne, ricorda Paolo, è essere orientati alla morte come fine di tutto, come annientamento. Ogni legame con Dio è negato.

Come può vivere così chi è divenuto abitazione dello Spirito Santo, dimora di Dio? Tale è ogni battezzato, per il quale lo Spirito Santo “è Signore e dà la vita”, come professiamo nel Simbolo.

Nella lettera ai Galati troviamo un’altra esortazione rivolta ai cristiani a essere quelli che sono divenuti con la loro adesione a Cristo mediante il battesimo:

“Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. 17La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,16-22).

La sensibilità e il comportamento della persona che vive ‘secondo la carne’ e di quella che vive ‘secondo lo Spirito’ sono opposti. Le esplicitazioni che Paolo elenca lo rivelano con chiarezza: un’esistenza oppositiva e divisiva è quella di chi opera secondo la carne; la fecondità inclusiva e pacificante è quella di chi lascia che lo Spirito porti i suoi frutti.

Figli del Padre in Cristo Gesù

Tutti i battezzati, divenuti tempio dello Spirito Santo, sono adottati dal Padre come figli:

“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rm 8,14-16).

La vita spirituale è la vita del figlio del Padre

Una definizione di spiritualità

Ci riconosciamo allora in questa definizione di spiritualità:

“La spiritualità è l’insieme delle ispirazioni e delle convinzioni che animano interiormente i cristiani nella loro relazione con Dio, nonché l’insieme delle espressioni personali o collettive, delle forme esteriori visibili che concretizzano tale relazione.

Originariamente e sostanzialmente non vi è che una spiritualità cristiana. Ma come i cristiani, viventi nel tempo e nello spazio, sono limitati nella loro capacità di accogliere il vangelo di Cristo, così la fedeltà all’essenziale sarà da loro vissuta con mentalità e secondo modalità differenti” (Dumeige, ivi, p. 1543s).

La spiritualità-figliolanza divina ha per noi il fondamento in Cristo Gesù.

Siamo figli del Padre perché siamo ‘in Cristo’ per il battesimo.

“Qualsiasi forma di spiritualità cristiana è sempre, nella sua essenza, una sequela del Cristo” (S. Spinsanti, ivi), un vivere in Cristo Gesù.

“Le spiritualità sono maniere diverse di entrare in risonanza con i tratti comuni fondamenti dell’uomo spirituale” (G. Moioli, L’esperienza spirituale, Edizioni Glossa 1992, p. 37) che, come abbiamo visto, è figlio del Padre.

Preghiera

Concentriamo l’attenzione ora sulla preghiera.

Che cosa intendiamo quando diciamo ‘pregare’? Potremmo rispondere: dire preghiere, mettersi in un atteggiamento particolare e rivolgersi a Dio, eseguire un dovere / un compito, assicurarsi il favore di Dio…

Ascoltiamo ciò che ci dice un monaco trappista, testimone e maestro della vita spirituale nei nostri tempi: “La preghiera cristiana non nasce in primo luogo da un bisogno che l’uomo avrebbe di rivolgersi a Dio, ma deriva piuttosto dal fatto che un giorno Dio si è rivolto all’uomo. Dio prende l’iniziativa. Spetta all’uomo farsi attento e accogliente nella gioia e nell’azione di grazie” (André Louf, La vita spirituale, Qiqajon 2001, p. 71).

Rispondere al Padre

Il nostro pregare, allora, è una risposta.

Il Padre si rivolge ad ogni persona, a ognuno di noi: “Dove sei?” (Gen 3,9).

L’Adamo si è nascosto. Ognuno di noi tende a nascondersi, a non esporsi alla relazione. Istintivamente.

Chi risponde subito, con tutto se stesso? Chi non si nasconde, chi non viene meno alla relazione con il Padre, mai?

Gesù, l’unico orante

Gesù: ecco l’uomo vero, autentico, pienamente conforme alla vocazione umana originaria, il Figlio. L’evangelista Luca mette in evidenza, nel suo racconto evangelico, come Gesù costelli la sua esistenza di preghiera, ovvero, potremmo dire, di una continua risposta al Padre. Lo notiamo fin dall’inizio della cosiddetta ‘vita pubblica’:

“Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’” (Lc 3,21-22).

Questo momento della vita di Gesù è un riferimento fondamentale per il nostro vivere di cristiani, potremmo dire per la nostra vita spirituale. Notiamo tre elementi:

  • Gesù è in preghiera dopo aver ricevuto il battesimo, cioè dopo che ha accolto l’invito ad aprire lo spazio della sua esistenza all’opera di Dio, a farsi accogliente e disponibile a stare e rimanere nell’alleanza con Dio;
  • discende su di lui lo Spirito Santo, cioè si manifesta la relazione di comunione tra Gesù e lo Spirito Santo, Spirito di Dio, colui che ha fecondato la creazione, che ha ispirato i profeti, che ha operato l’incarnarsi del Verbo eterno in Maria;
  • il Padre dichiara Gesù suo Figlio amato, ‘termine’ del suo compiacimento.

Questo brano del Vangelo secondo Luca ci racconta che cosa fanno le tre Persone divine nella relazione con ogni persona disponibile ad entrare nell’alleanza, che voglia vivere a partire dalla relazione con loro.

E ci manifesta come il vero e unico orante sia lui, Gesù.

Pregare in Cristo

E noi? Noi preghiamo in lui.

Dice S. Agostino:

“Il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce” (Commento al Salmo 85).

 

Il nostro pregare è in Cristo. Ogni preghiera della Chiesa è “Per Cristo nostro Signore”. La preghiera eucaristica, la più solenne delle preghiere, si conclude “Per Cristo, con Cristo, in Cristo.

Rivolti al Padre

Chi preghiamo? Il Padre. “A te, Dio Padre onnipotente”. E lo facciamo da figli. E lo facciamo con tutto il mondo, presente nelle specie eucaristiche del pane e del vino.

 

Qual è il contenuto della preghiera di Gesù? Nel Vangelo di Giovanni troviamo alcune parole preziose al riguardo:

  • “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,16-17).
  • “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. […] Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi” (Gv 17,9.11b).

Gesù domanda al Padre per i discepoli il dono dello Spirito Santo e l’unità tra di loro, affinché le loro relazioni siano come quelle delle Persone divine.

Lo Spirito Santo ci unisce in Cristo facendoci figli del Padre e noi possiamo dire: Abba, Padre.

Nello Spirito Santo

Ecco, allora, la vita secondo lo Spirito:

accogliere e fare nostra la preghiera di Gesù, nello Spirito Santo, per rimanere nella relazione filiale con il Padre (nella comunità/Chiesa).

Di conseguenza:

  1. la preghiera è l’espressione del vivere da figli del Padre e il mezzo per vivere da figli del Padre, che consiste nel fare la sua volontà (cf. la petizione del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà” e la preghiera filiale di Gesù nel Getsemani: “Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà”);
  2. occorre pregare senza stancarsi/incattivirsi (Lc 18,1) per rimanere figli del Padre (coloro che ricevono e non prendono la vita autonomamente come i progenitori) e ciò avviene quando è reale incontro tra noi “nudi” – come e quali Adamo e, ancor di più, come Gesù sulla croce e quali sue membra – e il Padre.

Con insistenza

C’è un testo sul pregare, nel Vangelo di Luca, da tenere presente:

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,9-13).

 

Si può riconoscere in questo brano “un’esortazione a chiedere con insistenza perché il desiderio del Padre è di saziare i suoi figli di ciò che vi è di meglio (per Luca è il dono dello Spirito Santo)” (G. Rouiller, C. Varone, Il vangelo secondo Luca, p. 372).

Lo Spirito Santo prega in noi

Proprio lo Spirito Santo, insegna Paolo, suscita in noi la preghiera, anzi è lo stesso Spirito che prega in noi:

“Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

 

Si capisce allora perché San Francesco esorti a pregare in questi termini:

“E sempre costruiamo in noi un’abitazione e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, che dice: «Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, perché siate ritenuti degni di sfuggire a tutti i mali che stanno per venire e di stare davanti al Figlio dell’uomo. 28 E quando vi metterete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli. 29 E adoriamolo con cuore puro, perché bisogna pregare sempre senza stancarsi mai; 30 infatti il Padre cerca tali adoratori. 31 Dio è spirito, e quelli che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità” (Regola non bollata XXIII,27-30: FF 61).

Adorare il Padre in spirito e verità non qualcosa di è diverso da vivere secondo lo Spirito Santo, cioè vivere da figli nel Figlio Gesù Cristo.

Questa non è la vocazione di qualcuno particolarmente eletto (!), ma la stessa vocazione battesimale, la vocazione cristiana. Lo esprime efficacemente un santo uomo della Chiesa d’Oriente, che esprime con chiarezza quale sia il fine e quale il mezzo:

“La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre pratiche cristiane, per quanto buone possano sembrare di per se stesse, non costituiscono il fine della vita cristiana, anche se aiutano a pervenirvi. Il vero fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito santo di Dio. Quanto alla preghiera, il digiuno, le veglie, l’elemosina e ogni altra buona azione fatta in nome di Cristo, sono solo mezzi per acquisire lo Spirito Santo” (Serafino di Sarov, Vita, colloquio con Motovilov, scritti spirituali).

Conclusione

La vita spirituale è la vita suscitata dallo Spirito Santo che ci rivela e ci manifesta come figli del Padre nel Figlio Gesù Cristo. È avviata nel battesimo, che ci immerge nella morte vivificante di Gesù. L’Eucaristia ci fa partecipare alla Pasqua di Gesù che è vivificazione – nel senso di filiazione e fraternizzazione – di tutte le creature. La preghiera è l’espressione di chi sta nella relazione filiale con il Padre e quindi nella relazione fraterna con gli altri figli del Padre, e quindi il mezzo per rimanere in essa. Non è un mezzo che ci diamo autonomamente, ma è una delle opere in noi dello Spirito Santo.